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AUDIOGUIDE DELLA VILLA MEDICEA DI CASTELLO

a cura di Direzione Regionale Musei della Toscana e Stazione Utopia

1. Introduzione

Il Giardino della Villa medicea di Castello fa parte del sito seriale UNESCO “Ville e Giardini medicei in Toscana”, costituito da 12 ville e 2 giardini presenti nella regione e appartenuti alla famiglia Medici.

Dalla metà del Quattrocento, e nei secoli successivi, infatti, i Medici trasformarono gradualmente i loro possedimenti nel Mugello e intorno a Firenze da avamposti per il controllo del territorio e centri di produzione agricola a ville extraurbane, luoghi di svago e di riflessione nei quali trascorrere il tempo libero.
Strettamente connesso alla Villa, il Giardino di Castello è un perfetto esempio dell’integrazione armonica tra architettura e paesaggio, particolarmente ricercata nel Rinascimento, e del rapporto tra uomo e natura,
in cui l’ingegno di architetti, pittori e scultori era a disposizione di potenti famiglie come quella medicea. I migliori artisti del tempo realizzarono infatti opere straordinarie dal punto di vista artistico e tecnologico, capaci di modificare la natura in favore dell’uomo e del suo diletto ma anche di comunicare chiari messaggi di propaganda politica, come nel caso del Giardino della Villa di Castello.

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2. La Villa e il Giardino

Le origini della Villa risalgono al XII secolo, quando l’edificio era una torre difensiva. Nel 1477 Giovanni e Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici acquistarono il fabbricato, che cominciò così ad assumere l’aspetto attuale.

I due, cugini di Lorenzo il Magnifico, trasformarono l’edificio in una Villa extraurbana, dove accolsero umanisti e filosofi, come Marsilio Ficino, e collezionarono dipinti come La Primavera e La nascita di Venere di Sandro Botticelli, il quale si ispirò anche a questo Giardino per raffigurare prati fioriti nelle sue opere. Verso la metà del Cinquecento il duca e poi granduca Cosimo I de’ Medici acquisì la Villa e il Giardino, che seguirono le vicende della famiglia. Alla sua estinzione, nel 1743, la proprietà passò agli Asburgo Lorena, nuovi regnanti in Toscana e nel 1861 a re Vittorio Emanuele II di Savoia. A lui si deve il nome di “Villa Reale” col quale l’edificio è conosciuto.
Lo spazio verde retrostante la Villa è uno dei primi esempi di Giardino all’italiana, con siepi e bossi dalle forme regolari e una suddivisione geometrica degli spazi. Nel Giardino ci sono ancora agrumi antichi, piante nane, fontane e grotte, mentre un tempo davanti alla Villa si trovava una grande vasca per la raccolta dell’acqua e l’allevamento dei pesci detta “vivaio”. Per questo la proprietà era nota anche come “Il Vivaio”. Nel 1919 lo Stato Italiano acquisì il Giardino, diventato museo nazionale, e la Villa, oggi sede dell’Accademia della Crusca.
Il dipinto di Giusto Utens, parte di una serie di 17 lunette che raffigurano a volo d’uccello le ville medicee tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, è una testimonianza fondamentale per conoscere l’aspetto originario del Giardino e comprenderne al meglio i significati allegorici, politici e celebrativi.

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3. La decorazione allegorica del Giardino

Alla metà del Cinquecento Cosimo I volle manifestare il proprio potere anche al Giardino di Castello.

Per questo commissionò a Niccolò Pericoli, detto il Tribolo, e ad artisti della sua corte, come Giorgio Vasari, Giambologna e Bartolomeo Ammannati, la decorazione di questo enorme spazio verde con statue e fontane allegoriche. Figure mitologiche, divinità classiche, creature reali e fantastiche popolano il Giardino e si animano grazie a un complesso sistema idraulico progettato dal Tribolo che permette di azionare spettacolari giochi d’acqua. Effetti che simulano fenomeni naturali, come il diluvio nella Grotta degli Animali, e che stupiscono il visitatore, affascinato da tanta meraviglia.
L’osservazione del dipinto di Utens ci aiuta a conoscere i significati allegorici della decorazione, che possiamo comprendere leggendo il Giardino dal basso verso l’altro e viceversa.
Partendo dal basso incontriamo la fontana di Ercole e Anteo, che allude alla superiorità politica e militare di Cosimo, quella di Venere Fiorenza, poi trasferita alla vicina Villa di Petraia, e la Grotta degli Animali. Infine, nel parco, un tempo detto “selvatico”, si trova la vasca con Appennino. Se invece leggiamo il Giardino dall’alto verso il basso, partiremo proprio da Appennino e seguiremo il corso dell’acqua fino alla Grotta degli Animali, dove la corrente si divide tra il monte Senario e il Falterona, rappresentati in due nicchie laterali oggi non più esistenti. Dai due monti nascono il Mugnone e l’Arno, i fiumi che arrivano a Firenze e che nel Giardino si ricongiungevano nelle fontane di Venere Fiorenza e di Ercole e Anteo.

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4. La Fontana di Ercole e Anteo e la Venere Fiorenza

La prima decorazione che incontriamo sostando nella parte bassa del Giardino è la Fontana di Ercole e Anteo, primo esempio di fontana a candelabro monumentale.

È opera del Tribolo e di Pierino da Vinci, che tra il 1538 e il 1560 realizzarono le parti in marmo e i putti che decorano la vasca, mentre a Bartolomeo Ammannati si deve il gruppo scultoreo di Ercole e Anteo, posto in cima alla fontana. Ercole è una allegoria di Cosimo che con la sua forza sconfigge gli avversari politici proprio come l’eroe mitologico che uccise il terribile gigante Anteo stritolandolo. La sua stretta era infatti così potente da lasciare senza fiato il rivale. La scultura raffigura gli ultimi momenti di vita di Anteo che, soffocato da Ercole, urla e spalanca la bocca esalando il suo ultimo respiro, scenograficamente rappresentato da un fiotto d’acqua di oltre 5 metri che fuoriesce dalla sua bocca quando si azionano i giochi d’acqua. La fontana che vediamo qui a Castello è una replica che sostituisce l’originale, trasferito a Villa La Petraia per ragioni conservative. In origine, oltre Ercole e Anteo, il visitatore avrebbe incontrato la fontana di Venere Fiorenza, realizzata dal Giambologna intorno al 1570. L’opera è così chiamata per la figura in bronzo posta a coronamento della fontana. Venere, raffigurata mentre esce dall’acqua e si asciuga con le mani i lunghi capelli, è l’incarnazione di Firenze che domina le altre città della Toscana rappresentate ai piedi della dea attraverso i loro simboli, fusi intorno al piedistallo della statua. Nel 1788 il granduca Pietro Leopoldo trasferì la fontana al Giardino di Villa La Petraia, nel cosiddetto Piano della Figurina, dove oggi vediamo una copia del bronzo originale, conservato all’interno della Villa.

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5. La collezione degli agrumi

Per la famiglia Medici la coltivazione degli agrumi ha rivestito sempre una grande importanza. Non a caso una delle interpretazioni del loro stemma vede nelle palle la stilizzazione proprio delle arance.

Non sappiamo con esattezza quando è iniziata la coltivazione di agrumi in Toscana, sicuramente già dal XV secolo esistevano spalliere e boschetti di limoni, arance, cedri o addirittura di specie più rare e particolari. L’interesse nei confronti di questi frutti non era solo ornamentale o botanico, ma anche alimentare e medicinale. Sarà con Cosimo I che proprio qui, nel Giardino di Castello, si avrà la più grande raccolta di agrumi in vaso tra tutti i possedimenti medicei. Oggi la collezione comprende circa 500 piante ed è una delle più importanti d’Europa. Gli agrumi sono piantati in vasi di terracotta antichi, alcuni risalgono al Settecento e sono esposti all’aperto da aprile a ottobre, mentre nel periodo invernale vengono ricoverati nelle limonaie. Per il loro trasporto è necessario un mese di lavoro. Gli agrumi, inoltre, vengono annaffiati manualmente: quando al battito del giardiniere sul vaso risponde un suono lungo, la pianta ha sete e viene annaffiata. Tra le specie di epoca medicea possiamo menzionare l’arancio amaro, il pomo d’Adamo, l’arancio dei Lanzichenecchi e la Bizzaria. Questa venne scoperta nel 1644 nel Giardino della torre degli Agli, alla periferia nord di Firenze. Scomparsa dalla seconda metà dell’Ottocento, viene riscoperta nel 1980 da Paolo Galeotti funzionario responsabile del Giardino di Castello.
A livello genetico si tratta di un arancio amaro, mentre morfologicamente presenta anche i caratteri del cedro e del limone. Spesso dunque non ha la stessa forma e gli spicchi possono essere di colori diversi. È per queste due stranezze che la pianta è detta Bizzarria.

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6. Giardino segreto

Questa parte del Giardino più nascosta e riparata dalle intemperie è chiamata “ortaccio” o Giardino segreto, dove per “segreto” si intende “privato”.

Un luogo dunque riservato a pochi, dove erano coltivate le piante più delicate, che necessitavano un ambiente protetto e maggiori cure. Si trattava delle piante officinali, coltivate per scopi medicinali e curativi, come spesso le famiglie più ricche del tempo facevano nelle loro proprietà, garantendo così l’autosufficienza officinale delle proprie ville.
Questo spazio esisteva già dagli inizi del Quattrocento, quando la Villa non apparteneva ancora ai Medici, che lo acquisirono col resto della proprietà nel 1477. Nel Cinquecento Cosimo I affidò il progetto di ristrutturazione del Giardino al Tribolo, che trasformò l’ambiente in hortus conclusus, uno spazio recintato, che venne dedicato a Esculapio, dio della medicina. Al centro del Giardino possiamo infatti vedere una scultura che, secondo alcune interpretazioni, raffigura proprio il dio protettore delle piante medicinali e di chi ne faceva uso. Altri sostengono invece che la scultura rappresenti l’Autunno o un generico dio agreste. Sulla sinistra possiamo vedere un edificio settecentesco, la così detta Stufa dei mugherini che prende questo nome da un gelsomino con doppio numero di petali donato dal re del Portogallo a Cosimo III dei Medici. Si tratta di un fiore proveniente da Goa, in India, dove i portoghesi avevano una colonia. Al granduca Cosimo III il fiore piacque talmente tanto che presto lo elesse come suo preferito, tanto che oggi è conosciuto come “mugherino del granduca di Toscana”.
A Cosimo III non piacque solo l’aspetto di questo gelsomino, infatti decise di utilizzare i suoi profumatissimi petali anche per addolcire il sapore amaro del cacao. La ricetta rimase segreta per molto tempo e tutti si chiedevano come facesse ad essere così buono il cioccolato fiorentino.

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7. Grotta degli Animali

La grotta degli animali, realizzata intorno al 1558-1559, faceva parte del progetto iniziale del Tribolo anche se la decorazione fu eseguita solo dopo la sua morte da artisti della corte granducale.

Oggi entriamo nella grotta attraverso un ingresso settecentesco che inizialmente doveva essere un’apertura in spugne calcaree che richiamava una vera e propria grotta naturale.
All’interno l’ambiente è articolato in tre bracci rivestiti di mosaici realizzati con ciottoli, conchiglie e concrezioni calcaree. Ogni braccio ospita una nicchia con all’interno tre fontane marmoree costituite da una vasca e gruppi di animali in pietre e colori diversi. I vasconi laterali sono gli unici elementi realizzati dal Tribolo e sono decorati da ghirlande che al posto dei fiori ospitano la rappresentazione di diverse tipologie di pesci e animali marini. Sopra le vasche ci sono gli animali terrestri, mentre appollaiati in vari punti della grotta dovevano trovarsi uccelli in bronzo, molti dei quali realizzati da Giambologna e oggi conservati al Bargello.
Siamo di fronte, dunque, alla riproduzione dell’intero regno animale: quello marino, terrestre e dell’aria.
Al centro della grotta doveva esserci la raffigurazione di colui che riesce a domare questi regni e a restituire la pace: Orfeo che con la sua musica ammansiva anche gli animali più feroci, così come Cosimo I sconfiggeva i suoi nemici portando una nuova eterna primavera nel Granducato di Toscana.
Nascosto dalla decorazione si trova un intricato sistema idraulico che animava tutta la grotta con fiotti e zampilli. L’acqua bagnava gli animali che assumevano così colori sempre diversi e nuova vivacità essendo scolpiti con materiali differenti. L’acqua schizzava dal pavimento e colava dalle pareti, rendendo l’ambiente ancora più suggestivo e naturalistico. Ancora oggi, in particolari occasioni, i giochi d’acqua della grotta vengono messi in funzione.

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8. La fontana dell’Appennino

Dopo la morte di Giangastone, ultimo granduca, e l’estinzione della famiglia Medici, il granducato di Toscana e il patrimonio mediceo passarono ai Lorena.

Il Giardino di Castello subì alcune modifiche, in particolare dietro la Villa e il Giardino all’italiana, dove al tempo dei Medici si trovava una zona boscosa che proteggeva l’edificio dal freddo e dai venti, detta il selvatico. Al suo posto, infatti, ammiriamo oggi un Giardino all’inglese, progettato da Joseph Frisch nel 1830. Per volere del granduca Leopoldo II di Lorena, infatti, l’architetto unì la Villa di Castello a quella vicina di Petraia attraverso il parco romantico, che trasformò così quest’area un tempo occupata da viti e ulivi. A differenza del Giardino all’italiana, quello all’inglese vuole ricreare un ambiente naturale e selvatico, senza allusioni simboliche o significati nascosti. Tutto sembra naturale, anche se in realtà è stato progettato artificialmente in maniera minuziosa. Al centro del parco romantico spicca il vivaio, una vasca d’acqua con una montagnola sopra la quale vediamo la rappresentazione in bronzo di un uomo infreddolito che emerge dalle acque. Dalla sua testa doveva uscire un getto d’acqua che avrebbe sormontato la figura quasi come un ombrello. Si tratta dell’Inverno o Appennino, realizzato da Bartolomeo Ammannati nel 1563. Se il Giardino vuole essere la raffigurazione dell’intero territorio del granducato di Toscana, qui siamo alla sorgente di tutte le acque toscane. Da qui, infatti, l’acqua scende verso la grotta degli animali, passa attraverso il corno magico dell’unicorno nella nicchia di fondo e grazie ad esso viene purificata in modo da poter irrorare tutta la Toscana e arrivare così pura alla fontana di Venere Fiorenza, centro del Giardino e del territorio, che allude alla città di Firenze.

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