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AUDIOGUIDE DELLA VILLA DI CERRETO GUIDI

a cura di Direzione Regionale Musei della Toscana e Stazione Utopia

1. Introduzione

Benvenuti alla Villa medicea di Cerreto Guidi, dal 2013 patrimonio dell’umanità e parte del sito seriale UNESCO “Ville e Giardini medicei in Toscana”, costituito da 14 siti tra ville e giardini presenti sul territorio toscano e appartenuti alla famiglia Medici.

La Villa era una residenza extraurbana edificata in posizione dominante su un poggio al centro del paese di Cerreto Guidi. Fu commissionata intorno alla metà del Cinquecento da Cosimo de’ Medici, duca e poi granduca di Toscana, che ne fece uno dei suoi luoghi di villeggiatura prediletti. Qui, infatti, il sovrano trascorreva periodi di riposo e si dedicava alla caccia, sua grande passione. Cosimo prediligeva questi luoghi, dove l’attività venatoria si svolgeva in tutte le stagioni dell’anno, anche grazie alla vicinanza del Padule di Fucecchio che rappresentava, allora come oggi, una grande risorsa faunistica. Numerose lettere attestano la sua presenza e quella della moglie Eleonora di Toledo a Cerreto fin dal 1542.
La posizione strategica di Cerreto Guidi giocava inoltre un ruolo molto importante nel controllo del territorio, fungendo da presidio e luogo di sosta durante i viaggi di Cosimo e della sua corte.
Per questo si rese presto necessario erigere “un palazzo murato di nuovo” nel castello di Cerreto Guidi, sul poggio accanto alla Pieve di San Leonardo. I lavori di edificazione della Villa iniziarono probabilmente nel 1564, sui resti della rocca dei conti Guidi, che avevano dominato il paese tra il 1079 e il 1273.
Cosimo affidò la progettazione della nuova residenza a Davitte Fortini, architetto e ingegnere al servizio dei Medici, che edificò un blocco compatto, dalla facciata principale sobria, con cornici e mensoline alle finestre e il bugnato intorno al portone di ingresso come unici elementi decorativi. L’aspetto austero dell’edificio è reso ancora più imponente dalle maestose “rampe” a “scalera”, dette “ponti”, i cui ambienti sottostanti erano adibiti a scuderie e che ancora oggi collegano il paese alla Villa.
Le rampe furono costruite dopo il palazzo, non solo per permettere l’accesso al piazzale antistante l’edificio, ma anche per contenere la collina, soggetta a continue frane e smottamenti.
I mattoni a faccia a vista e la pietra della Gonfolina – il masso della strettoia del fiume Arno che si trova a valle di Lastra a Signa – caratterizzano le rampe e si contrappongono al chiaro dell’intonaco della Villa creando un suggestivo effetto scenografico.

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2. Il Museo

Nel corso dei secoli la Villa è appartenuta a vari membri della famiglia Medici. Cosimo I la donò al figlio naturale Giovanni, che morì nel 1621 senza eredi. La proprietà passò così a Don Lorenzo, figlio del granduca Ferdinando I e di Cristina di Lorena, per essere poi ceduta al cardinale Leopoldo. Qualche anno dopo, nel 1675, Cosimo III entrò in possesso della Villa, che tornò così di nuovo nelle mani del ramo granducale della famiglia.

La Villa, inevitabilmente, seguì le sorti del Granducato di Toscana e della casata Medici, che si estinse nel 1739 con la morte di Giangastone. I Lorena, che subentrarono nel governo della Toscana, acquisirono così le proprietà medicee, compresa la Villa di Cerreto Guidi, verso la quale non mostrarono alcun interesse, tanto che nel 1780 il granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena la mise all’asta. L’anno seguente Antonio Tonini di Pescia comprò l’edificio per poi rivenderlo poco dopo, nel 1790, alla famiglia Maggi, originaria di Livorno, che tenne la Villa per quasi un secolo, finanziando, nel 1821, la costruzione della via rotabile che porta al piazzale antistante la Pieve di San Leonardo.
Nel 1885 la nobildonna fiorentina Maddalena Dotti da Filicaia acquistò la Villa e gli annessi per donarli alla figlia Elvira e al genero Enrico Geddes. La famiglia ebbe l’immobile fino al 1966, anno in cui lo vendette all’ingegner Galliano Boldrini.
Boldrini, nativo di Cerreto Guidi, nel 1969 donò la Villa allo Stato Italiano vincolandola alla destinazione di museo nazionale che, dopo i necessari restauri, aprì al pubblico il 18 giugno del 1978.

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3. Il salone d’ingresso

Siamo nel Salone d’ingresso, primo ambiente della Villa, che nel Cinquecento era forse adibito a corpo di guardia. Sulla destra, il primo proprietario, Cosimo I ritratto in veste di granduca nella grande tela attribuita a Domenico e Valore Casini, ci accoglie con la moglie Eleonora di Toledo e la figlia Isabella, raffigurate in altri due ritratti.

Cosimo, diventato granduca di Toscana nel 1570, è rappresentato col capo cinto dalla corona granducale e indossa una magnifica veste impreziosita dal manto di ermellino, mentre tiene in mano lo scettro terminante con una sfera che richiama lo stemma dei Medici. L’amata moglie Eleonora, figlia del viceré di Spagna don Pedro, è ritratta in piedi, con indosso un abito marrone e lo sguardo sereno. Il loro matrimonio, dettato da ragioni politiche, si rivelò un’unione solida, fondata su autentici sentimenti d’affetto, che portò alla nascita di ben undici figli, con Eleonora sempre al fianco del marito, che seguiva anche durante le battute di caccia, come testimoniano diverse lettere da lei inviate proprio da Cerreto Guidi alla suocera Maria Salviati.
Inizia, da questo salone, anche il percorso di visita del Museo storico della caccia e del territorio, con due pregevoli armi esposte sulla parete sinistra, vicino al camino. La prima è un archibugio per la caccia agli uccelli acquatici, detta “spingarda”, prodotta dall’armeria Farnese-Borbone. Questo tipo di arma, dalla canna lunga, era usata per battute di caccia nei piccoli chiari all’interno delle paludi. Accanto, invece, si trova uno spiedo riconducibile all’Officina Martelli, attiva a Firenze già dal Trecento. Lo spiedo era un’arma inastata utilizzata per la caccia agli ungulati e alla selvaggina di grandi dimensioni, con una struttura che permetteva al cacciatore di colpire la preda da lontano, restando così incolume da eventuali reazioni dell’animale.

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4. La sala delle ville

Proseguiamo la visita dirigendoci sulla sinistra per accedere alla Sala delle Ville, così detta perché alle pareti sono raffigurate le proprietà di campagna dei marchesi Geddes da Filicaia.

Le vedute delle ville di Pozzolo a Montaione, Santa Lucia a Prato, Aboca e Sant’Antonio a Montaione, fedeli al vero e al contempo poetiche, occupano l’intero ambiente rievocando la tranquilla vita in campagna alla fine dell’Ottocento. Ruggero Focardi, al tempo giovane pittore e amico della famiglia Geddes, è l’artista al quale sono attribuiti gli affreschi. Le pitture figurano la serena quotidianità della famiglia nei momenti di riposo dagli affari di città. Al centro Elvira, Enrico e Maddalena Dotti passeggiano nella tenuta di Santa Lucia; nella parete opposta il guardiacaccia esce dalla Villa di Sant’Antonio per portare a spasso i cani, mentre nella scena alla destra di chi entra, la signora vestita di nero legge una lettera quando alle sue spalle il marito giunge col calesse.
Nei due sovrapporta sono raffigurati a monocromo Piero de Medici, detto il Gottoso, e, probabilmente, la moglie Lucrezia Tornabuoni, genitori di Lorenzo il Magnifico, qui figurati come a voler sottolineare una sorta di discendenza dei da Filicaia dalla famiglia Medici, che fu la prima proprietaria della Villa.

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Video

5. La sala di Lucca di Tommè e il salone Bardini

Uscendo dalla Sala delle Ville, i due ambienti successivi introducono, attraverso le opere esposte, le figure di Stefano e Ugo Bardini, antiquari attivi a Firenze tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la cui eredità è stata acquisita dallo Stato Italiano nel 1996 e solo in parte esposta in questa Villa.

La prima Sala è detta di Luca di Tommè per la presenza, sulla parete a destra, di tre tavole che raffigurano i santi Stefano, Paolo e Pietro, riconoscibili dai tradizionali attributi iconografici. Le tavole, attribuite al pittore senese Luca di Tommè e databili tra il 1374 e il 1390, facevano parte di un polittico costituito anche da un San Giovanni Battista e una Madonna in trono con Bambino. Queste pitture e le altre opere presenti nella Sala, come Lucrezia Romana del Sodoma, la lunetta con Cristo in pietà di Francesco di Giorgio Martini o il dolcissimo rilievo in stucco policromo del Quattrocento che raffigura una Madonna col Bambino, provengono proprio dalle raccolte Bardini, costituite da migliaia di opere, tra pitture, sculture, ceramiche, mobili, arazzi, cuoi lavorati, detti corami e terrecotte, accumulati nel tempo dai due antiquari. In particolare, il rilievo che figura la Madonna col Bambino avvolti in un tenero abbraccio e circondati da angeli gioiosi, è riconducibile alla Bottega di Benedetto da Maiano e fu acquisito da Stefano Bardini nel 1890.
Opere provenienti da quelle raccolte si trovano anche nella sala successiva, detta per questo Salone Bardini, dove sono esposti due cassoni quattrocenteschi di diversa tipologia. Il primo, riferibile a Michelozzo di Bartolomeo, architetto e scultore al servizio dei Medici, è detto “a sepoltura” per la sua particolare forma ed è decorato, al centro, con tarsie che raffigurano un carro trionfante accompagnato da putti alati. Il secondo, posto di fronte, è invece un cassone nuziale della bottega di Apollonio di Giovanni, realizzato in legno dipinto e decorato con una scena che ricorda l’incontro a Firenze tra Lorenzo il Magnifico e Federico da Montefeltro.
Percorrendo la Sala verso l’uscita si incontrano, alle pareti, una terracotta robbiana che raffigura una figura femminile, una portiera in cuoio dorato e dipinto con gli stemmi delle Famiglie Oddi e Montesperelli e tele del Seicento che raffigurano personaggi turchi con cani da caccia. Queste opere, che conservano ancora le cornici originali, sono appartenute al Gran Principe Ferdinando de’ Medici e testimoniano la diffusione di temi orientali e delle “turcherie” nella Firenze medicea.
Nella Sala si trova anche uno stipo per la conservazione di documenti e oggetti personali di manifattura napoletana del Seicento. Questi mobili ebbero una grande diffusione a Firenze tra la fine del Cinquecento e il Seicento ed erano realizzati con forme, materiali e misure diverse. Spesso avevano anche maniglie laterali per essere facilmente trasportabili.
Guarda il video oppure passa alla sala successiva [stipo 1]

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6. La sala degli arazzi

Uscendo dal Salone Bardini attraversiamo di nuovo il Salone d’ingresso per accedere alla Sala degli Arazzi, così detta per la presenza di quattro grandi arazzi appesi alle pareti, a ricreare l’aspetto di un ambiente tipico delle residenze nobiliari fiorentine, anche di campagna, del Rinascimento. In quel periodo, infatti, anche la corte medicea faceva largo uso di arazzi che, oltre a decorare gli ambienti, isolavano le fredde mura nei mesi invernali ed erano facilmente trasportabili da una dimora all’altra.

Per questo l’inventario dei beni presenti in Villa nel 1667 elenca ben sessantanove panni con raffigurazioni di cacce, boscaglie e animali. Gli arazzi esposti oggi in questa Sala non fanno parte della collezione storica della Villa e sono opera dell’Arazzeria Medicea, istituita a Firenze nel 1545 da Cosimo I, che li realizzò in lana, seta, argento, oro e tessuti nel 1637. Ogni arazzo raffigura una scena legata a una stagione, incorniciata in una bordatura nella quale sono rappresentati i segni zodiacali corrispondenti al periodo dell’anno.
Nella vetrina centrale, invece, è esposto quello che può essere considerato il primo fucile della storia: uno schioppetto “scaccia lupi” datato 1417. Lo schioppetto ha la forma di muso di lupo in stato di allerta, che mostra i minacciosi denti aguzzi e gli occhi sporgenti. Hai notato come tiene le orecchie all’indietro e che dalle fauci si vede una fessura? È la perforazione di uscita della carica!
Nella stessa vetrina si trovano anche un archibugio a ripetizione del Seicento di Michele Lorenzoni, armaiolo prediletto dal Gran Principe Ferdinando, decorato con figure fantastiche, allegoriche e mitologiche incise nelle parti in bronzo.

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7. La sala della scarabattola

La visita prosegue nella Sala della Scarabattola, così chiamata per il mobile vetrina detto “scarabattola”, che si trova entrando sulla destra.

Progettato da Giovan Battista Foggini nel Settecento, questo tipo di arredo era destinato ad accogliere oggetti di raro pregio, come alcuni di quelli esposti: la piccola ciotola orientale in giacinto – pietra preziosa proveniente dall’Asia – forse utilizzata per contenere unguenti, la cassetta porta documenti con lo stemma della famiglia Cavalcanti o il vaso in bucchero di origine messicana decorato con particolari bolle sul corpo.

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8. La camera di Isabella

Siamo adesso in quella che è tradizionalmente identificata con la camera da letto di Isabella de’ Medici, figlia terzogenita di Cosimo I ed Eleonora di Toledo.

Donna colta e di grande fascino, Isabella, che aveva sposato Paolo Giordano Orsini, duca di Bracciano, morì proprio in questa sala il 16 luglio del 1576 a soli 34 anni, a causa di una malattia renale.
L’ambiente rievoca, attraverso arredi, dipinti e altri oggetti, quello che doveva essere l’aspetto della camera di Isabella, ricordata nel ritratto al centro della parete sinistra, attribuito ad Alessandro Allori. La duchessa è raffigurata adorna di raffinati gioielli, con un abito sontuoso e sobrio allo stesso tempo, impreziosito sul braccio sinistro dallo “sghiratto”, una pelliccia di furetto sulla quale era montata una testa in oro, assicurata alla vita da una catena preziosa. Nella mano destra Isabella mostra un testo musicale da lei composto e proprio questo suo interesse è evocato dal virginale ottavino del Seicento, strumento a tastiera molto apprezzato per la dolcezza del suono e la facilità di esecuzione, esposto proprio sotto il ritratto. La famiglia di Isabella è invece figurata nel vicino Ritratto dei Medici come santi, una vera e propria Sacra Conversazione datata 1575, opera di Giovanni Maria Butteri. Isabella è rappresentata sulla sinistra come Santa Caterina d’Alessandria e alle sue spalle si trovano il padre Cosimo e il fratello Ferdinando, che impersonano i santi Cosma e Damiano. I due santi guerrieri sono invece associati al fratello Francesco e al marito Paolo Giordano Orsini, mentre la Madonna e Sant’Anna sono rispettivamente la madre Eleonora e la nonna Maria Salviati.
[Guarda il video e ascolta il suono del virginale ottavino]

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9. Il salottino delle dame

Le presenze femminili che nel tempo hanno abitato la Villa sono idealmente evocate nel Salottino delle dame, decorato agli inizi dell’Ottocento con vedute di gusto romantico.

La stanza, che ricrea l’atmosfera di un ambiente destinato ad attività tipicamente femminili, come il cucito, la musica, il disegno, la lettura e le chiacchiere, espone una caminiera in legno intagliato e dorato di gusto neoclassico, con i piedi decorati con motivi vegetali e la cimasa al centro, posta tra due cornucopie, abbellita con un’anfora con rametti di quercia. Il Salottino conserva anche una gabbietta seicentesca per volatili dalla forma di galeone, che ospitava uccelli rari provenienti da terre lontane.

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10. L’atrio degli staffieri e il salone dei cavalieri

Salendo le scale per accedere al primo piano, soffermati a guardare l’arazzo sulla parete di fondo. L’opera, parte di una serie di arazzi detta dei Castelli, tessuti dall’arazzeria Barberini, è databile intorno al 1627 e rappresenta l’abbazia di Grottaferrata.

Dalla parte opposta dell’atrio si trova una portantina, mezzo di trasporto particolarmente utilizzato nel Sei e Settecento. Questa portantina, laccata di nero all’esterno e decorata con motivi a grottesca, è opera di manifattura italiana della metà del Settecento. Ospitava un solo passeggero ed era trasportata a braccia.
Entriamo adesso nel grande Salone, al cospetto della Verità che scopre la Menzogna di Vincenzo Mannozzi, pittore fiorentino che fu al servizio dei Medici. Il dipinto raffigura la Prudenza seduta in trono mentre stringe a sé la giovane donna che impersona la Verità e strappa dal volto della Menzogna una maschera. Fu commissionato all’artista dalla granduchessa Vittoria della Rovere intorno alla metà del Seicento per la Villa di Poggio Imperiale, sul colle di Arcetri a Firenze.
Dal Salone, decorato con affreschi del periodo neoclassico, come l’ovale col Trionfo di Minerva circondata da amorini e geni alati al centro della volta, si accede agli altri ambienti del piano dove conosceremo altri membri della famiglia Medici.
Oltre un paesaggio fiorito, sullo sfondo è raffigurata una veduta piuttosto particolareggiata del monastero col giardino, gli edifici annessi e la grande corte con la fontana al centro. Questa sorta di cittadella è racchiusa da una cinta muraria turrita fatta erigere, a protezione dell’abbazia, da Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II. Osserva bene l’arazzo. Non ti sembra di vedere animali di tutte le specie e mucche che pascolano vicino a una femmina di cervo e ad un dromedario? L’immagine può sembrarti uno scherzo dell’immaginazione o un fantasioso dettaglio inserito dall’autore ma non è così. Quello che vedi è infatti un Serraglio, nel quale convivevano specie animali diverse, domestiche e selvatiche.

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11. La sala dei papi e la sala del braccio armato

La prima sala che incontriamo è dedicata a due papi di casa Medici: Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, e il cugino Clemente VII, al secolo Giulio de’ Medici, ritratti diverso tempo dopo la loro morte da Valore e Domenico Casini.

Nella vetrina centrale si trovano cuoi lavorati, detti corami, utilizzati già al tempo di Cosimo de’ Medici e della moglie Eleonora come paramenti, in alternativa o a complemento degli arazzi. La vetrina a parete accoglie, invece, stoffe di botteghe fiorentine e maioliche rinascimentali, come il piatto da pompa o da parata della prima metà del Cinquecento decorato con figure angeliche che aprono le cortine di un baldacchino mostrando così lo stemma mediceo sormontato dalla corona ducale, dalla quale fuoriescono tre piume. Oltre la Sala dei Papi si accede alla Sala del Braccio Armato, così chiamata per il curioso braccio in legno affisso alla parete, utilizzato come reggi insegna in molte dimore di famiglie gentilizie.
Avrai notato che l’ambiente ospita anche un curioso dipinto di scuola olandese del Seicento che raffigura una grande radura con molte figure. È la rappresentazione del gioco del paretaio, una sorta di trasposizione della caccia al paretaio, che divertiva la nobiltà durante i soggiorni nelle ville di campagna. In cosa consisteva la caccia al paretaio? Si tendevano due pareti di reti contrapposte con al centro un uccello che, col suo canto, ne attirava altri; le pareti fissate al terreno erano azionate dall’uccellatore e si chiudevano a scatto imprigionando così i volatili. Allo stesso modo, nella scena dipinta si vedono nel paretaio busti di fanciulle che corrispondono a ognuna delle dame racchiuse nelle eleganti gabbiette, impegnate ad attrarre i cavalieri. I giovani pretendenti, nel tentativo di impadronirsi del busto e conquistare la fanciulla, cadono nella trappola azionata dalle figure in primo piano, nascoste dentro un capanno, diventando così preda dell’astuzia femminile! Nella vetrina a parete è esposta una spada da caccia di manifattura fiorentina con l’elsa in dente di narvalo e lo stemma della famiglia Medici, riferito al granduca Cosimo III, inciso sul tallone della lama. Nella Sala si trova anche il ritratto di Don Giovanni de’ Medici, figlio naturale di Cosimo I ed Eleonora degli Albizi. Alla sua nascita, avvenuta nel 1567, il padre gli donò la Villa di Cerreto Guidi.

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12. La sala di Francesco de’ Medici

Proseguiamo il percorso nella Sala di Francesco, così detta per la presenza del ritratto del secondo granduca di Toscana e delle immagini delle sue due mogli: Giovanna d’Austria, sposata per ragion di Stato nel 1565, e l’amata Bianca Cappello, sua amante e poi moglie dopo la morte di Giovanna.

Gli altri ritratti figurano invece Maria de’ Medici, figlia di Francesco e Giovanna, futura regina di Francia, e Don Antonio, frutto della relazione del granduca con Bianca, nato ancor prima delle loro nozze.
La controversa figura di Bianca Cappello è evocata nella sala anche dallo stipo del Seicento di manifattura veneziana, decorato con tarsie policrome in vetro, che ricorda le origini della donna, mentre le maioliche esposte nella vetrina centrale ricordano la passione di Francesco per questi oggetti, molti dei quali provenienti dalla Cina. Il granduca, infatti, fondò a Firenze una propria manifattura di ceramica.

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13. La sala orientale

La Sala è decorata con affreschi della fine del Settecento che raffigurano vedute e rovine di una immaginaria campagna con monumentali acquedotti, porte trionfali e ponti.

L’ambiente accoglie una sezione dedicata all’arte orientale, con maioliche, oggetti in metallo, in osso e armi. Le opere, provenienti dalle raccolte Bardini, evocano la speciale predilezione dei Medici per manufatti provenienti da paesi lontani. Tra questi il grande bacile in rame inciso e battuto della fine del Quattrocento. Opera di manifattura egiziana, il bacile ha inciso l’emblema del dawdar cioè lo scrivano del regno mamelucco. Nella vetrina di fondo l’anello da arciere in osso con intarsi in ottone di produzione anatolica del Cinquecento, testimonia, invece, l’utilizzo dell’arco soriano. L’anello, infatti, era impiegato come protezione del pollice quando si tendeva la corda di questo particolare arco.

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14. La sala di Ferdinando e Cristina di Lorena – Sala delle figlie di Ferdinando – Sala dei figli di Ferdinando

Proseguiamo la visita nella Sala dedicata a Ferdinando I, terzo granduca di Toscana, raffigurato con le insegne dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, di cui era Gran Maestro, e il braccio destro poggiato su una borgognotta, elegante elmo realizzato per Enrico II di Francia.

L’oggetto era un dono di nozze di Caterina de’ Medici, nonna di Cristina di Lorena, sposa di Ferdinando. Anche Cristina è ritratta nella Sala con indosso una elaborata gorgiera che le incornicia il volto e fili di perle, da lei molto amate.
Tra le armi esposte nella vetrina a muro, invece, si trovano una balestra a pallottole di manifattura fiorentina detta “frullana” perché colpiva i volatili “a frullo”, cioè nel momento in cui si preparavano ad alzarsi in volo.
Dal matrimonio di Ferdinando e Cristina nacquero ben otto figli: quattro femmine e quattro maschi. A loro sono dedicate le due sale successive, dove si trovano ritratti di scuola fiorentina del Seicento. Proprio qui è esposta una rara immagine di Maria Maddalena, la principessa nata “mal composta nelle membra”, che a vent’anni si ritirò nel convento della Crocetta, pur senza prendere i voti, e qui creò una sua corte personale. Accanto è invece il ritratto di Claudia, ultimogenita di Ferdinando e Cristina, andata in sposa a Federico Ubaldo della Rovere prima e all’arciduca Leopoldo V del Tirolo poi. Claudia, qui figurata in abiti vedovili, era la madre di Vittoria della Rovere, che si sarebbe unita in matrimonio col cugino Ferdinando II diventando così granduchessa di Toscana.
La Sala dedicata ai figli maschi di Cristina e Ferdinando ospita il ritratto di Cosimo II, che succederà al padre nel governo della Toscana nel 1609, a soli 19 anni. Di salute cagionevole, Cosimo delegò i molti affari di Stato ai suoi ministri e ai familiari, come la madre, il fratello Francesco, ritratto alla sua destra, e la moglie Maria Maddalena, alla sua sinistra.
Prima di lasciare la Sala non dimenticare di guardare il raro orologio notturno seicentesco del parigino Nicolas Bernard, con i numeri e le frazioni orarie traforati per essere letti in trasparenza a lume di una candela posta al suo interno. Il quadrante in rame è decorato con l’immagine di Pan che tenta di afferrare la ninfa Siringa, della quale si era invaghito. La ninfa, che non lo ricambiava, pregò il padre Ladone di mutarla in un giunco affinché Pan non la riconoscesse. La scena figura proprio Siringa che, mentre tenta di fuggire, si trasforma in un flessuoso giunco.

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15. La sala dell’ archeologia

La Sala successiva è decorata con vedute immaginarie di antiche città fantastiche. Ogni parete figura una scena inquadrata da lesene dipinte con fregi sui quali sono rappresentati a monocromo trionfi.

Vediamo riferimenti all’antico Egitto, nella piramide e nelle sfingi e allusioni all’Etruria e all’antica Roma nei fori, nei templi e nelle grandi colonne. Le opere esposte si armonizzano con la decorazione della Sala e rievocano il gusto collezionistico dei Medici volto, sin dal Quattrocento, anche al possesso di sculture antiche. Il dipinto ottocentesco di Amos Cassioli, con Lorenzo il Magnifico che descrive a Galeazzo Sforza un cammeo, mentre sullo sfondo Poliziano e Marsilio Ficino mostrano codici antichi a personaggi del seguito sforzesco, allude proprio a questi interessi.

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16. Le Logge

Lasciamo la Sala dell’Archeologia e usciamo nella Loggia, decorata alla fine del Settecento con finte architetture e rovine. Qui vediamo esposti capitelli medievali dell’XI e XII secolo, oltre a un Angelo annunciante e ad una Vergine Annunziata provenienti da un monumento funebre eseguito da Paolo da Gualdo Cattaneo nel 1417

La statua di ambito fiorentino del Quattrocento e priva della testa raffigura, invece, San Lorenzo, riconoscibile per la dalmatica riccamente decorata che indossa. Nella Loggia si trovano anche frammenti scultorei di manifattura fiorentina riconducibili alla chiesa di Santa Reparata, antico duomo di Firenze, come il semi pilastro ottagono, e la statua di un giovane principe della dinastia Giulio-Claudia del II secolo d.C. figurato come Eracle.

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17. La cappella e il corretto

La Loggia ci introduce all’interno della Cappella della Villa dove, sopra l’altare, troviamo un dipinto dell’ambito di Andrea del Sarto, copia della Sacra Famiglia Medici oggi alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze.

Nel confessionale è invece esposto il Compianto sul Cristo morto di Guido Mazzoni, gruppo in terracotta policroma, probabilmente commissionato dalla famiglia d’Este di Ferrara. L’opera, giunta a Cerreto Guidi dall’eredità Bardini, è una sorta di bozzetto preparatorio per il gruppo, di maggiori dimensioni, realizzato dall’artista per la chiesa di San Michele del Gesù a Ferrara.
Proseguiamo fino a giungere al coretto, una specie di ballatoio che si affaccia sull’interno della Pieve di San Leonardo. Da qui la famiglia granducale assisteva alle funzioni religiose indisturbata, senza avere contatti diretti con gli altri fedeli.
Guarda il video con le finestre aperte sulla navata

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18. Il giardino e le logge

Torniamo adesso al piano terra per completare la visita nel piccolo ma grazioso giardino all’italiana che si trova sul retro della Villa. Il giardino, come lo vediamo oggi, è frutto di modifiche settecentesche, dunque successive all’epoca medicea.

La prima citazione di questo spazio risale, infatti, al 1780, quando l’architetto Gaspero Niccolò Maria Paoletti stilò una descrizione della Villa che il granduca Pietro Leopoldo stava mettendo all’asta. Paoletti descrisse così questo spazio: “annesso alla villa dalla parte di levante vi è un giardino quasi quadrato recinto di mura di quasi tre stiora, con frutti e viti e vi è una cisterna con i sui purgatoi e una conserva”. I cipressi, che oggi fanno da quinta e circondano il terreno, furono invece piantati alla fine dell’Ottocento dalla famiglia Geddes da Filicaia.
Il giardino, dell’estensione di 1800 metri quadri, è diviso in quattro aiuole delineate da un cordolo in pietra ed è caratterizzato da un grande glicine secolare che quando è fiorito fa da pergola. Da qui si accede alle Logge del piano terra che ospitano reperti archeologici, come l’Ara funeraria del I secolo d.C. e una statua femminile rimaneggiata forse dai Bardini tra Ottocento e Novecento assemblando elementi di epoche diverse: il torso di età romana e la testa, non originaria, che mostra l’acconciatura con fitti riccioli a chiocciola, tipica delle donne dei Flavi, in voga dai primi anni Ottanta del I secolo d.C.
Tra i reperti conservati nella Loggia di destra, invece, ci sono un capitello ionico e un frammento architettonico della metà del III secolo d.C. scolpito su tre lati, oltre ad una statua femminile acefala della prima età Imperiale. La figura indossa un mantelletto sulla spalla sinistra che fa pensare ad una rappresentazione di Artemide o di una creatura legata a Dionisio.
Per completare la visita vi invitiamo a entrare nell’antica Pieve di San Leonardo, di proprietà della Diocesi di San Miniato, che si trova uscendo dalla Villa alla vostra destra.

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19. Le sostruzioni

Il percorso si conclude con la visita delle sostruzioni, ambienti posti sotto le scalere, un tempo scuderie della Villa, poi adibite a cantine della fattoria dalla famiglia Geddes da Filicaia.

Dal 2010 le sostruzioni ospitano reperti archeologici e statue di epoca antica e medievale ampliando così il percorso museale.
All’ingresso ci accoglie un sarcofago strigilato databile intorno al 250 d.C. dove, nel pannello in fronte, è rappresentato un saggio in conversazione con una musa; nei pannelli laterali sono invece raffigurati due geni tedofori. Continuando il percorso troviamo una statua il cui aspetto attuale è dovuto alla scelta dell’antiquario Stefano Bardini, che integrò il busto di età Giulio-Claudia con una testa in marmo diverso che in origine rappresentava Tiberio. La testa fu rilavorata come Nerone e successivamente modificata per effigiare l’imperatore Augusto. Nell’ultimo ambiente ammiriamo uno straordinario esempio di casino per imbarcazione fluviale di manifattura fiorentina dell’Ottocento, che veniva collocato sopra una chiatta galleggiante per accogliere i cacciatori durante le battute negli ambienti fluviali o nelle paludi. Il casino è decorato con intagli dorati, raffigurazioni che rimandano al suo utilizzo per l’attività venatoria e motivi di ispirazione neoclassica, secondo il gusto francese introdotto in Toscana da Elisa Bonaparte Baciocchi agli inizi dell’Ottocento.

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20. La pieve di San Leonardo

Vicino alla Villa si trova la Pieve di San Leonardo le cui origini sono ancora oggi misteriose. Probabilmente era la cappella del castello dei conti Guidi, da loro dedicata a San Leonardo, al quale erano particolarmente devoti.

I numerosi restauri hanno alterato la struttura originaria della Pieve, che ha perso il suo aspetto medievale, tanto che nel 1827 fu ricostruita dalle fondamenta e riconsacrata. All’interno della chiesa, nella navata di destra, si trovano un Crocifisso in legno di sughero del XVI secolo attribuito alla bottega di Andrea di Piero Ferrucci e un fonte battesimale di Giovanni della Robbia, decorato con scene della vita di San Giovanni Battista. Nella navata di sinistra, invece, si trova una tela che raffigura San Leonardo e che, secondo la tradizione, rappresenterebbe il pittore Cristofano Allori, ritratto come il santo martire.

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