RACCONTI

Altre Storie sono racconti su base storica sviluppate come suggerimento per esplorare la storia medicea attraverso una scrittura creativa. Sono testi di ispirazione per sviluppare attività di laboratorio o per approfondimenti. Sono stati scritti da quattro storiche: Martina Fabbri, Roberta Pietrasanta, Marina Porro, Costanza Puccini.

Giochi d'infanzia e giochi di potere nelle ville medicee

Marina Porri

Dalle sue stanze in Palazzo Pitti, il granduca di Toscana ammirava il lento cadere delle foglie autunnali: anche il 1578 stava ormai volgendo al termine. Immerso in una selva di carte, Francesco I de’ Medici aveva passato le ultime ore intento negli affari di stato che, come di consueto, avevano finito per occupare gran parte della sua giornata.

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Di tanto in tanto, lo sguardo si era posato con una certa nostalgia su quei poderosi volumi di alchimia che l’avevano stregato fin da giovane. Una vera e propria passione che, come l’amore per la sua Bianca, non l’aveva più abbandonato. Alcuni anni addietro, quando era ancora in vita suo padre Cosimo, aveva fatto realizzare agli artisti di corte uno studiolo in Palazzo Vecchio, uno scrigno appartato rispetto alle grandi sale di rappresentanza, nel quale aveva celebrato il suo interesse per i misteri della Natura. Ma le sue creazioni più fantasiose avevano visto la luce alcuni chilometri più in là, sulle dolci colline di Firenze, dove Bernardo Buontalenti aveva realizzato per lui la splendida villa di Pratolino. Nel suo ampio parco, l’estro creativo e le curiosità alchemiche del granduca sembravano finalmente aver preso vita: automi, giochi d’acqua e curiosità di ogni genere stupivano ad ogni pié sospinto lo spettatore che si fosse incamminato lungo i suoi viali.

Immerso in quell’autunno fiorentino, lontano dalle sue delizie, il granduca era ora in procinto di siglare un importante accordo matrimoniale con la corte di Innsbruck. La piccola Anna, secondogenita tra le sue figlie, non aveva ancora compiuto 9 anni, ma era già divenuta un tassello imprescindibile per la politica di espansione del suo casato. In serbo per lei vi erano progetti ambiziosi.

Da alcuni mesi, infatti, il fratello minore dell’imperatore, l’arciduca Ferdinando d’Austria, conte del Tirolo, sperava ardentemente di ottenere la mano della principessa medicea per suo figlio Carlo d’Austria. Carlo era un giovane atletico e di piacevole aspetto, al quale tuttavia – nonostante gli illustri natali del padre – non sarebbe stato lasciato alcuno spazio nella linea di successione asburgica. Egli era infatti il frutto del matrimonio morganatico, quindi tra impari casate, che aveva unito l’arciduca alla sua amata, Philippine Welser.

Come ambasciatore ufficiale dell’arciduca Ferdinando, già da diverso tempo il barone di Sprinzenstein, noto alla corte medicea con il soprannome di Princistano, frequentava assiduamente la famiglia granducale. Allo stesso modo, con il volgere del mese di ottobre, il segretario mediceo, Belisario Vinta, era stato incaricato dal granduca di Toscana di raggiungere la fredda valle prealpina dell’Inn. Il soggiorno in Tirolo del segretario mediceo si era rivelato l’occasione ideale per raccogliere informazioni di prima mano sul futuro sposo. Nelle sue lettere al granduca Francesco, il Vinta raccontava infatti come il marchese Carlo fosse un giovane aitante di 17 anni, ben formato e di spalle larghe, le quali agli occhi del Vinta non potevano che promettere vigore e prestanza fisica. Biondo e di carnagione chiara, quasi pallida, come si addiceva al sangue Asburgo, il giovane amava giocare al pallone col bracciale, sport nel quale eccelleva primeggiando in ogni occasione su tutti i suoi compagni.

Alle rassicuranti conferme che provenivano da Innsbruck sulle qualità del giovane principe straniero si unirono presto inaspettate complicazioni. Dopo alcuni giorni trascorsi nella tranquillità della corte asburgica, Belisario Vinta venne infatti a conoscenza delle voci che, con sua grande sorpresa, si rincorrevano da diverso tempo alla corte dell’arciduca: qualcuno aveva informato Ferdinando di una caduta rovinosa che – dicevano alcuni – avrebbe per sempre sfigurato il viso della piccola Anna. Per questo motivo, era essenziale – spiegava l’ambasciatore fiorentino nella sua missiva al granduca – che un ritratto della principessa medicea fosse inviato quanto prima oltralpe: ogni dubbio sulla sua salute doveva essere fugato in tempi rapidissimi.

Intanto nel granducato di Toscana, i principi medicei trascorrevano lunghi mesi nella villa di Pratolino, quasi incuranti del loro futuro, lontani con la mente e nello spazio da quei luoghi in cui venivano prese decisioni sul loro avvenire. Anna e sua sorella Eleonora amavano molto Pratolino. Nei lunghi soggiorni lontano da Firenze, sotto lo sguardo attento dei tutori, le due principesse condividevano le delizie della villa con gli eredi del granducato, Filippo ed Antonio, e con la piccola Maria, di appena tre anni. Lungo i suoi rigogliosi viali correvano per ore senza una meta precisa facendosi cogliere, ogni volta di sorpresa, dalle numerose statue di divinità naturali che affollavano l’ordinata vegetazione circostante. Gli inattesi giochi d’acqua, pieni di scintillante splendore, comparivano qua e là circondati da siepi sapientemente curate, conducendole, quasi per mano, in un mondo fantastico e mitico.

Proprio nell’estate del 1578 la tranquilla routine di Pratolino fu mossa da una certa brezza leggera, un’aria di novità portata dall’arrivo in villa di un pittore. In quei mesi, oltre a discutere un’unione di Anna con Carlo d’Asburgo, Francesco I aveva infatti intavolato lunghe trattative con la corte di Mantova promettendo la mano della sua primogenita Eleonora al principe Vincenzo Gonzaga. Per sostenere entrambi i progetti dinastici, il ritrattista di corte Alessandro Allori aveva quindi ricevuto l’incarico di dipingere due grandi tele, raffiguranti rispettivamente Anna ed Eleonora, da poter inviare come doni ai loro giovani promessi sposi.

Così quando, nel novembre del 1578, giunse a Firenze la lettera con la quale il Vinta sollecitava l’invio urgente di un dipinto di Anna ad Innsbruck, lunghi mesi erano già trascorsi dalla prima visita dell’Allori a Pratolino. Sfortunatamente però la preparazione delle tele aveva richiesto più tempo del previsto e il segretario Antonio Serguidi si vide recapitare presso la villa di Poggio a Caiano una lettera dell’allievo prediletto del Bronzino nella quale, con piglio concitato, l’artista lo informava dell’impossibilità nella quale si trovava: i dipinti delle principesse Anna ed Eleonora erano ancora solo agli inizi.

Seguirono ore concitate: restava ormai poco tempo. Prima del calar del sole, il Serguidi doveva trovare ad ogni costo un altro quadro da inviare oltralpe. Ad Innsbruck, infatti, le voci si erano ormai diffuse in modo incontrollato, rischiando di far arenare i buoni propositi dell’arciduca. Per incoraggiare Ferdinando del Tirolo a proseguire nelle trattative, Francesco I aveva bisogno di una prova in tempi rapidi. Se non poteva essere la grande tela realizzata dalle mani esperte dell’Allori, sarebbe stato un piccolo dipinto, il quale seppure approntato in fretta e furia, almeno per il momento, avrebbe assolto la sua funzione. Un fitto viavai di missive, segretari e attendenti affollò in breve le sale del palazzo granducale. Dopo ore trascorse a rimestare tra quadri e beni della guardaroba, finalmente, eccolo!

Quella stessa sera, al lume soffuso delle candele il granduca poté redigere le istruzioni da consegnare al Vinta, con le quali chiedeva all’ambasciatore di rassicurare l’arciduca Ferdinando sulle condizioni fisiche di Anna. Alla lettera era allegato il tanto agognato dipinto.

L’immagine di Anna giunse alla corte di Innsbruck il 3 novembre, ma attese per ben due giorni il ritorno del Vinta da una breve missione in Baviera. Una volta aperto il plico e decifrato il messaggio in codice contenuto nella lettera, il segretario richiese immediatamente un’udienza presso l’arciduca. Era il 7 del mese, una domenica, quando il Vinta fu ricevuto con le debite cerimonie nella cappella privata dell’arciduca Ferdinando. Qui il segretario mediceo fece dono del dipinto al suo ospite, scegliendo ad arte le sue parole per persuadere l’arciduca sulla bontà dell’accordo. Oltre al dipinto, l’ambasciatore fiorentino chiamò infatti a testimonianza di quanto affermava il delegato dello stesso arciduca, il Princistano, che così di frequente aveva incontrato la bambina nel corso delle sue recenti visite a Pratolino.

Terminato l’incontro, e solo allora, il ritratto raggiunse le mani del diretto interessato, il marchese Carlo fugando per sempre ogni dubbio sulla grazia e l’avvenenza dell’effigiata. Fu questione di alcune settimane e la promessa di matrimonio venne stilata. Da quel momento innanzi, solo la prematura morte di Anna nel febbraio del 1584 poté porre un freno all’ambizioso progetto mediceo di un’alleanza dinastica con la casa d’Amburgo.

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L’affresco

Roberta Pietrasanta

Il respiro lento e affaticato riscaldava l’aria fra le lenzuola marcando un ritmo segreto, solo interrotto da qualche violento attacco di tosse. La febbre la teneva prigioniera nel baldacchino da due settimane.

Fuori dalla finestra per la campagna era un freddo novembre e Maria avrebbe preferito tenersi quella febbre per sempre piuttosto che seguire il destino che le era stato da poco annunciato.

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Nel torpore della malattia la giovane perdeva i sensi. Fasi di sogno e di veglia si alternavano. L’aria era densa. I suoni arrivavano sordi. Di colpo la porta della camera da letto si aprì. Maria spalancò gli occhi ed ebbe un sussulto: la prospettiva era del tutto cambiata.

Il capo adornato da una retina di seta ricamata era quello di sua madre. Eleonora da Toledo entrò nella stanza con passo ansioso, seguita da messer Riccio. Si precipitò al capezzale della primogenita che pareva aver perduto conoscenza e le baciò a lungo la fronte calda.

Invece Maria la stava guardando incredula e impotente dall’alto di un angolo decorato del soffitto. Era finita dentro un affresco.

Le mani, i piedi nudi tinti del colore del latte, la vestaglia, i lunghi capelli ramati: ogni parte del suo corpo era affrescata. Guardò stupita ancora in basso verso la madre ignara. Disperata, incredula, mormorò fra sè:

“Oh SignoreMioDio aiutami!”,

Ma non passò un secondo che una voce da un’altra stanza rispose:

“Dio? Chi mi ha chiamato?”.

L’attimo dopo Maria si ritrovò nella lunetta superiore della grande sala da pranzo.

Dietro una corona di alloro un cane stava abbaiando, c’era un vecchio con un canestro al fianco e, poco più in là, un luminoso giovane dalle vesti morbide color lilla sedeva in posa leggiadra.

L’allegro frullare di un ruscello nei pressi si confondeva a tratti nel colloquiare di pettirossi e fringuelli e non lontani erano i pascoli di capre.

“Ah! Sta un po’ zitto o ‘ane!”

Rimproverò il bel giovane mirando l’animale. Poi guardò al vecchio con certa autorevolezza:

“O Vertumno! Fà tacere la bestiola”

Vertumno il vecchio però non sembrava averlo udito.

“Allora mi cercavi, piccola?”

Maria, sgomenta ed incerta rispose al giovane che tutt’a un tratto si era messo a fissarla con aria interessata:

“Buongiorno messer…”

“Apollo, Dio Apollo prego. Buongiorno a voi mia cara fanciulla. Sono il referente dell’Affresco”

Il cagnolino si stiracchiò inarcuando la schiena. Maria era sempre più confusa.

“Allora mia cara, sei di molto bella, ti fermi un po’ con noi?”

Subito alcuni putti improvvisarono un coro:

O viso bianco quanto la farina

Chi l’ha composte a voi tante bellezze?

Dove passate voi l’aria s’inchina

Tutte le stelle vi fanno carezze…

Maria era sinceramente sorpresa da un canto sì armonioso e lieve, si commosse, arrossì, non sapeva cosa rispondere. A salvarla dall’imbarazzo, dall’altro lato della lunetta dove alcune donne stavano sedute a chiacchierare, si levò una delle voci:

“O Apollo! E lascia stare la donzella. Non vedi che l’è bell’è che sperduta?”

“Oh Pomona! Oh che tu t’impicci sempre de’ mi affari!”

rispose Apollo al grido della donna sdraiata sul bordo opposto del muretto. La gonna verde era ampia e morbida e uno scialle bianco da contadina l’avvolgeva.

“Bada che la fanciulla l’è già promessa sposa, o Apollo, al duca di Ferrara!”

Gli angeli intonarono ancora un coro soave:

O rosa, o rosa gentilina

Quanto bella t’ha fatto la tua mamma!

T’ha fatto bella e t’ha messo una rosa

T’ha messo alla finestra a far la sposa

Ancora una volta il cuore, a Maria, sobbalzò in petto.

Quelle parole e quel canto soave le avevano stretto la gola, serrato il collo, lo stomaco, il sonno. Un dolore di corpo stracciato, di intestini lacerati, divisi in parti, una verità che non voleva più sentire, canto soffice sulle labbra degli angeli, lamento di dolore per le sue orecchie.

Sul bordo della lunetta il vecchio Vertumno accarezzava il cane, muto e triste come l’inverno. Apollo lo guardava, poi si rivolse alla fanciulla il cui viso candido al canto del coro s’era afflitto:

“Dunque mi par di capire che non vuoi lasciare la casa paterna per quella nuziale?”

Ancora smarrita e in preda all’emozione la giovane, gli occhi rassegnati e le labbra vermiglie, rirprese vigore e con una certa fermezza si decise a rispondere:

“Si messere Dio Apollo, voi dite il vero. Nel nome del Signore e per tutto l’amore che nutro per i miei familiari, ho giurato alle mie sorelle, Isabella e Lucrezia, che sarà una di loro a sposarsi al mio posto”.

Gli occhi del dio sfavillarono di luce.

“Beh”

cominciò mettendosi a sedere e facendosi più serio nel tono:

“sappi che se è questa la tua paura, il tuo desiderio sarà esaudito, non ti sposerai”

Un guizzo di luce dal ruscello balzò nell’aria e irrorò il volto di Maria, ciliege rosse erano diventate di colpo le gote pallide e acqua cristallina le aveva riempito gli occhi. D’un fiato parlò:

“Dite davvero messer Apollo? E come lo sapete voi?”

“Dico davvero mia cara”,

ma un’ombra cupa, di cattivo presagio, attraversò il volto luminoso dell’oracolo. Poi aggiunse:

“Lo so perché io so tutto”

Le donne avevano ripreso intanto a chiacchierare ma una di loro che continuava a dedicare un’orecchio ai propri discorsi e un altro a quelli altrui, quando udì le parole di Apollo non resistette e ridendosela dall’altro lato dell’affresco gli gridò:

“O Apò e adesso tu te la tiri troppo però!”

“O Diana, o tu ‘unn esser troppo invidiosa della mi’ saccenza”

rispose lesto Apollo e con ritrovata frivolezza. Subito il cane si mise ad abbaiare e tutti nell’affresco cominciarono a ridere come in preda a una crisi.

Tutti tranne Maria che s’era accorta che la madre Eleonora, giù in basso, era appena entrata nella sala da pranzo accompagnata da messer Riccio.

Pallida, l’aria mesta, come afflitta da un pesante fardello, stava guardando fuori dalla finestra verso il bosco e nel frattempo comunicava qualcosa al segretario. Il nitrito di un cavallo giunse dal piazzale sottostante fino all’affresco della sala da pranzo. Un attimo dopo dal pian terreno si udirono rumori dal portone d’ingresso. Il Duca, impegnato per la consueta battuta di caccia al Barco, era stato richiamato d’urgenza.

“O fanciulla, vieni fra noi donne, suvvia”

la voce di Pomona era limpida e rassicurante e la sollecitava

“e raccontaci perché tu ‘un vo’ tornà giù nel tu’ letto. ‘Un vedi come l’è preoccupata la duchessa?”

Maria, che adesso aveva fretta di ritrovare il suo posto, le si rivolse in penosa preghiera:

“oh mia Signora, vi scongiuro, io vorrei tornare giù, ma dovete credermi, non so come!”.

“Be tutto qui?! E l’è facile!”

esclamo` la contadina tutta presa da una sprizzante energia,

“Tu chiudi gli occhi e pensa solo a chi tu vo’ bene”.

Entusiasta di poter tornare subito dai suoi cari Maria ringraziò, ma prima di andare rivolse ancora uno sguardo alle belle villane, al cane stiracchioso, al vecchio muto, al bell’Apollo già distratto dalle storie che un altro giovane senza vesti sul corpo candido gli stava forse raccontando. Era piacevole l’aria leggera, ridacchiosa.

Poi chiuse gli occhi e fece come le aveva detto Pomona.

 

I lunghi capelli sciolti disegnavano arabeschi castani sul cuscino bianco. Dita ruvide e affettuose stavano accarezzandole le guance pallide. Gli enormi occhi azzurri di Maria si aprirono. Cosimo I, suo padre era chino su di lei commosso:

“Maria, fiore mio”

“Babbo!”

“Tesoro mio bello, ci sono io”

“Si babbo – un sorriso tenero sboccio` sulle labbra ferme – e ..nn ..oglio lasciarti ..ai più. Non lasc…ndar.. .ia ..b..o”

Un’ombra attraversò il viso chiaro di Cosimo. Sul bordo degli occhi infiniti minuscoli pezzetti di cristallo erano inchiodati alla carne, un dolore come lo schianto di un tronco nel bosco cupo, un frantumarsi di sogni, di amore, lacrime.

Strinse nelle sue le mani della figlia, le baciò la fronte tremida.

Non lasciarmi

Ma Maria era stanca e voleva dormire. Un attimo prima di cadere nel sonno profondo, un coro lontano, onirico, di angeli e putti, forse da un angolo del soffitto la raggiunse:

Quanto bella t’ha fatta la tua mamma!

T’ha fatta tanto bella

e poi t’ha messo un fiore…

Note. Maria de Medici primogenita del duca Cosimo I e Eleonora da Toledo muore a Livorno poco dopo essere stata promessa sposa ad Alfonso D’Este duca di Ferrara. È il novembre 1557. Per una serie di circostanze personali e per licenza narrativa, ho invece ambientato le ultime ore della giovane nella tenuta di Poggio a Caiano dove si trova l’affresco di Jacopo Pontormo, Vertumno e Pomona. I cori degli angeli sono tratti da versi di dubbia autenticità attribuiti a Lorenzo de Medici (cfr. Opere, Laterza Bari, 1914)

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Introduzione a Viaggio in Italia

Martina Fabbri

Chi è Giusto Utens? Un pittore d’origine fiamminga, attivo in Italia. A lui vengono attribuite 17 lunette che raffigurano altrettante ville di proprietà della famiglia Medici, commissionate dal Granduca Ferdinando I.

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Quasi tutte qui le notizie che abbiamo di questo artista, forse poco per rendere merito a una vita e per costruire una storia. Eppure, proprio intorno a questa mancanza, si articola l’invenzione del racconto Viaggio in Italia. Cercando di tracciare un’ipotesi convincente per raccontare una vita, o almeno frammenti di essa, intrecciata con le vicende storiche del tempo, ho iniziato la mia ricerca per trarre fuori da un vuoto – quello intorno a Giusto – un pieno, ovvero un mondo abitato da personaggi ed eventi che si potessero legare alle ville medicee.

Così fiorisce la figura di un esule, un viaggiatore per l’Europa, che attraversa eventi storici drammatici a lui contemporanei. A Bruxelles, la violenza del Duca di Ferro, inviato da Filippo II, lo spinge ad Anversa; da qui, la Furia spagnola lo porta all’approdo in Italia. Solo in Toscana, precisamente appollaiato fra i camini di Artimino, immerso nella bellezza e nella quiete, si riconcilia con le ferite del suo passato.

Perché questa storia? Perché, semplicemente, mi è capitata è successa, mentre cercavo riproduzioni delle ville, nella raccolta delle prime informazioni sul tema. Le 17 lunette, oggi ne restano solamente 14 conservate a Petraia, sono un documento di grande interesse. Rappresentano una fondamentale testimonianza visiva delle ville come apparivano nel passato. Una sorta di catasto delle proprietà medicee, dipinto ai tempi di Ferdinando I, che consegna alla storia l’immagine di ville, terreni e parchi, inseriti nel paesaggio toscano. Lo stesso paesaggio che ha saputo donare nuova serenità all’animo tormentato di chi le ha dipinte.

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Viaggio in Italia

Martina Fabbri

Anversa, novembre 1576.

Una colonna di fumo si alza oltre i pennoni che svettano sulle case, supera il campanile della Cattedrale di Nostra Signora e si perde fra le nuvole. Il primo pallido sole le dona riflessi d’argento visibili anche dalla Schelda.

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Cammino lungo i moli, prestando attenzione al rumore dei miei passi che rimbombano nel silenzio livido dopo l’apocalisse. Il quartiere portuale è deserto: i mercantili ormeggiati dondolano stancamente, non ci sono merci né capannelli di uomini impegnati a scaricare o a trattare prezzi. È un’alba innaturale senza marinai né mercanti.

Le conseguenze della Furia Spagnola saranno difficili da cancellare: il terrore, i morti, i saccheggi hanno colpito tanto Anversa quanto la mia vita.

La lunga spirale di violenza era iniziata tre giorni prima con un grido: – Soldati! Soldati! – Una voce disperata di donna, seguita da altre voci concitate, squarciò la nostra concentrazione mentre il mio maestro era intento ad ultimare un ritratto e io macinavo i colori.

Anthonis rimase impassibile: – Filippo non li paga da mesi, ora si riprendono tutto con gli interessi–. Poi, voltandosi verso di me: – Justus, sai già cosa devi fare: nasconditi nel controsoffitto, non emettere un fiato, aspetta che tutto si calmi e vai via da qui.

Protestare non sarebbe valso a niente, conoscevo la sua cocciutaggine. Da mesi aveva messo a punto un piano perché potessi andarmene facilmente dalla città. Mi aveva mostrato dove nascondermi, preparato delle lettere di referenze e, infine, aveva trovato delle persone fidate pronte ad accompagnarmi fuori da Anversa.

Gli hidalgos spalancarono la porta della bottega un attimo dopo che ebbi raggiunto il mio nascondiglio. Mandarono all’aria diverse tele, entrarono nell’abitazione di Anthonis, probabilmente alla ricerca di denaro, alla fine lo portarono via.

Gli spari, le urla e l’odore acre degli incendi giunsero anche alle mie orecchie. Steso sul fieno, in preda a rabbia e paura, attesi che si spegnessero i clangori delle armi e la calma calasse su Anversa.

Solo adesso, nell’aria pungente del mattino, camminando sul molo in attesa di lasciare una città irriconoscibile, riesco a riflettere sul mio destino: ancora una volta profugo, alla ricerca di un nuovo inizio verso una meta lontana, l’Italia.

La nostalgia mi afferra il cuore, un dolore sordo si allarga nel petto. L’idea di partire mi riporta ai ricordi di una vita precedente, quella di un dodicenne obbligato ad abbandonare Bruxelles.

Era il 1568, il clima in città si era fatto insostenibile. Quando nella Grote Markt decollarono mio padre, insieme ad altre decine di condannati dal tribunale del Duca di Ferro, mia madre si risolse a mandarmi via.

Con il passare degli anni, il ricordo di quell’esecuzione si è espanso nella mia mente, riempiendo ogni spazio della coscienza. Il resto della mia infanzia è stato cancellato da quell’unico evento che, per mesi, mi seccò le parole in gola.

Un ragazzino diventato muto, figlio illegittimo di un mercante, apprendista pittore: così entrai ad Anversa, otto anni fa.

Ora mi accomiato dalla città come giovane uomo, ormai abile pittore, con pochi risparmi e due lettere da portare a Firenze.

 

Artimino, ottobre 1600

Non sono riuscito a incontrare il Gran Duca, ma le tele inviategli fino ad ora hanno soddisfatto i suoi desideri. L’ennesima conferma è arrivata, qualche giorno fa, insieme all’ultima missiva del suo consigliere: “La Signoria Altissima s’augura l’ingegno suo sia vivo e disposto alla creazione. Non è intenzione affrettarne la mano oltra il bisogno, conoscendo la fretta come cattiva guida dei dipintori et in generale delli artisti. Solo volle nuovamente mostrare gradimento pro fatica che usò et usa e desiderio di havere presto dinanzi le opere chiarissime.”

Dopo questa lettera, sincera nei complimenti quanto sottile nella richiesta di concludere le tele, ho organizzato il viaggio per visitare la villa presso Artimino.

Avevo già raccolto notizie sulla mia meta: un luogo così amato dal Gran Duca che, durante una battuta di caccia presso il Monte Albano, espresse il desiderio di costruirvi una villa, indicando precisamente il poggio dove erigere la fabbrica al fidato e abilissimo Buontalenti.

Qui, nella Sala delle Ville che sapevo ormai pronta ad accogliere le mie lunette, Ferdinando vuole mostrare le sue residenze, ordinarle alle pareti per archiviarne la complessità.

Ognuno dei possedimenti granducali che ho visionato, attentamente misurato e riportato nei miei bozzetti, mi è sembrato degno di altissime lodi. Una villa spiccava per la magnificenza delle architetture, un’altra per la varietà dei giardini e delle fontane; quella per lo splendore delle sale affrescate dalle belle maniere, la successiva nello sfoggio di preziose collezioni antiquarie. Mai, a Bruxelles o ad Anversa, avrei immaginato tanta bellezza quanta ne esiste a Firenze.

 

L’ottobre toscano è mite, il sole autunnale riscalda la pelle e un leggero vento muove le fronde non ancora spoglie degli alberi.

La Ferdinanda, così viene chiamata, sorprende il mio sguardo, mostrandosi inaspettatamente dietro ad una curva, svettante sulla collina erbosa. Le vado incontro, gustandomi da lontano la costruzione di semplice e armoniosa sobrietà, studiandone la figura. Il bianco della costruzione si incontra con il grigio della pietra serena che incornicia le torri angolari, il tetto è coperto da numerosi camini.

Quando arrivo al cancello mi accoglie messer Guido, egli ha l’ordine di mostrarmi la proprietà e accontentare le mie richieste.

– Mi servirebbe una visuale elevata, messer Guido. Ho pensato di salire là, sul tetto –. Indico un preciso punto fra i camini.

Mugugnando qualcosa, si gratta la testa: – Non sarebbe meglio salire sulla collina? – Prova a ribattere, tentando di convincermi.

Messer Guido infine cede, rimane solamente il tempo di assicurarsi che non cada durante la salita, poi, sempre mormorando qualcosa di incomprensibile, sparisce nel palazzo.

Da questa posizione osservo i dintorni della Ferdinanda: mi soffermo per fissare tutto nella memoria e poterne visualizzare i dettagli, richiamandoli alla mente anche quando sarò lontano. Nella luce chiara, gli alberi risplendono di un verde che si appresta a sfumare nelle tonalità autunnali. L’azzurro del cielo terso si fonde con le linee delle colline e permette al mio sguardo di cogliere il punto in cui i campi si dissolvono nei boschi del Barco Reale.

Da quassù tutto è bellissimo: immerso nel sole tiepido, circondato dai fogli e dalle mine, sento una profonda sintonia con l’amore del Gran Duca per questo luogo.

Dopo ventiquattro anni in Italia, in questa giornata d’ottobre, mi riconcilio con la vita, senza cancellarne i dolori, ma dando loro un senso nel mio percorso, rendendoli più piccoli rispetto alla bellezza del mondo.

 

Pisa, 10 gennaio 1601

A Giusto van Utens,

  1. A. S. il Gran Duca la attende a Coltano con l’intentione di un nuovo incarico. A premio de’ servigi e del provido intelletto sì ben visibile alla Ferdinanda, richiede nuovamente s’adopri la virtù sua per istorie di guerre e battaglie nella medesima villa. Voglia partire entro breve per conoscere tempi e modi de la commissione.

 

Carrara, maggio 1588

– Secondo te dove avrò messo il cavalletto grande, Albrecht? – così interrogo, come ogni mattina, il cardellino che vive con me, mentre mi impegno alla ricerca dello strumento disperso. Nonostante lo studio si riduca a una piccola stanza, i pennelli e i vari attrezzi giacciono disordinatamente fra i ripiani e il pavimento. “Se il maestro vedesse questo caos, sarebbe sicuramente furente amico mio”, dialogando nel pensiero con il mio animale piumato.

Guardandomi intorno, la mia mente corre alle tante giornate da garzone passate a tenere in ordine la bottega di Anthonis. Per i primi mesi, i miei compiti di giovane apprendista furono molto limitati: lava e riponi i pennelli, libera e tieni puliti i piani, chiudi e numera i cavalletti, conserva e scheda i bozzetti. In fondo mi piaceva questo ruolo: assolvevo ai miei doveri con minuzia, ma concedendomi di volgere i pensieri altrove e il maestro, con atteggiamento benevolo, mostrava di comprendere e accettare il mio mutismo selettivo. Quelle interminabili ore dedicate a prendersi cura dei dettagli e degli oggetti necessari al pittore mi hanno insegnato in quanti modi si può mostrare amore nei confronti dell’arte.

È trascorso un decennio dal mio arrivo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze, ho abbandonato la città per Carrara. Mi è bastato poco tempo per realizzare che le recenti vicende della mia vita richiedevano un soggiorno più tranquillo, una dimensione meno impegnativa. Per il momento non provavo interesse nel frequentare circoli di artisti né inserirmi negli ambienti importanti. Le lettere di referenze che ho portato con me, mi concessero di svolgere i primi lavori su commissione e conoscere qualche mecenate interessante.

Il lavoro in fondo non manca, la mia pittura viene apprezzata dai signori locali: le commissioni sono sempre numerose, pur mancando spesso di originalità. Gli ingaggi più frequenti richiedono tele con vedute paesaggistiche, preferibilmente con ambientazioni nordiche dalle luci fredde, così diverse dai vibranti colori toscani.

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